Fuori pagina
L'odore del male che non ci abbandonerà
di Emanuele Vernavà
IO non so se la mia è stata solo suggestione. Ho avuto la sensazione che la notizia mi trasmettesse un odore insopportabile. La notizia filmica di Elisa Claps, con quel sorriso che le viene dal suo cuore e dalla sua mente, in quella foto stampata in ognuno di noi, ultimo fotogramma di una storia che non avremmo voluto mai sapere che fosse accaduta. L'odore del Male può fare peggio di qualunque altra sensazione.
Anche quello che proviene dai preti pedofili. Non sono assolutamente d'accordo nell'uso che se ne è fatto contro la Chiesa, quella cattolica. Il Vangelo è una cosa, il prete “pedofilo” un'altra. L'atroce storia di Elisa Claps s'è consumata nella Chiesa della SS.ma Trinità a Potenza; la pedofilia di uomini di chiesa, in contesti sacri, fisici o culturali. Non sono un lettore di noir, né scomoderei più di tanto Assassinio nella cattedrale di T.S.Eliot. Tommaso Becket, Tommaso Moro o Oscar Romero furono assassinati per la loro testimonianza cristiana e cattolica. Anche Elisa Claps vittima di un atto di pedofilia, se non altro per la sua minore età. Quello che è inaccettabile che quest'odore insopportabile di sporcizia viene da edifici sacri e da uomini di Chiesa. Avete dimenticato che il boss della Magliana Renatino De Pedis, quello che la cronaca indica legato all'altra desaparecida Emanuela Orlandi, è sepolto nella Basilica di S.Apollinare a Roma e territorio Vaticano?
Fatti di oggi. Elisa Claps nella soffitta della SS.ma Trinità a Potenza, Renatino nella Basilica di S.Apollinare. Se “Don Mimì sapìa”, come non poteva sapere “San Pietro”, sul cui soglio sedeva allora, 1990, il santo Giovanni Paolo II, sicuramente all'oscuro di tante trame diaboliche? C'è materia perché un nuovo Dan Brown ci fabbrichi un altro best seller. Ma a noi non interessa. Se per noi e per molti, forse per tutti i cristiani, insopportabile è l'olezzo che viene da molti luoghi sacri, non sarà questo il motivo per allontanarci dal Vangelo.
I teorici dell'ateismo dell'Età della Ragione, in odio alle nefandezze della Chiesa, le tante e così gravi commesse lungo il corso dei secoli, tentarono di dimostrare che l'idea di Dio non è altro che una pura creazione della mente dell'uomo, che, sotto la sferza della sua insufficienza ad affrontare la violenza della vita, s'inventa un dio consolatorio che in realtà non “esiste”. Ma la fortuna di molti di noi è che noi non crediamo in un dio, provvidenza o indifferente alla storia degli uomini come credevano gli stoici o gli epicurei. Io vado in chiesa non perché credo in un simile dio o perché c'é Don Rocco o Padre Emilio, ma perché credo nelle parole del Vangelo, quelle dette ed agite da Cristo. E la vita di Cristo è sicuramente il modello di vita per ognuno di noi, piccolo o grande che sia, per età o per “spirito”. Le parole del Vangelo sono verità assoluta perché dettano comportamenti e finalità “secondo natura”. Allora è giustificato il credente che non “va più in Chiesa” perché un sacerdote s'è reso responsabile di delitti insopportabili?
Si può “perdere la Fede”, perché un sacerdote ha abusato di un minore, che poi significa un sacerdote che non ama il prossimo suo come se stesso e , quindi, non crede né in Gesù Cristo né in Dio? Io credo che se “perdessi la Fede” per questo motivo, perderei qualcosa che non ho mai avuto. Certo, noi siamo essere umani fragili e deboli, siamo ben lontani dalla capacità di essere santi.
E perciò sicuramente l'odore del Male che proviene da luoghi sacri o da persone di chiesa ci rende dubbiosi e pavidi, proprio come gli Apostoli chiusi a porta sprangata e non solo per la paura di essere assaliti come “seguaci del Nazzareno”, ma anche perché temevano, con la morte del Maestro, che fosse stato tutto una terribile cantonata.
Ci crea imbarazzo se non ripulsa dover accettare la comunione da un sacerdote che è conosciuto come preda del diavolo, perché pedofilo, o perché avaro, o perché sta dalla parte del prepotente contro il debole e l'innocente, o per altro. La povera Elisa Claps, come le tante altre che la cronaca ci ricorda (pensate, che da noi, in Basilicata solo l'altra sera , a “Chi l'ha visto”, s'è saputo di Ottavia Luise, una bimba di otto anni, se non vado errato, scomparsa da Montemurro ben trentacinque anni fa!), e questo lo dico per la mamma Filomena e il fratello Gildo, che sono diventati come persone di famiglia in questi giorni di passione per il ritrovamento dei resti di Elisa, è la testimonianza che il Vangelo, non la Chiesa, è l'alternativa al Male, che imperversa da sempre nel mondo.
La chiesa è umana, fatta di uomini. E ricordo ancora una volta che “nihil humani a me alienum puto”, anche se l'odore del Male, dopo questi terribili avvenimenti, non ci abbandonerà facilmente.
Colombo, emblema di una generazione
di Cosimo Latronico*
L’intervento del Senatore Latronico pronunciato in Senato
Si é scritto che, da buon meridionale, il senatore Emilio Colombo non gradisce essere celebrato, neppure nel giorno del suo novantesimo compleanno, ragion per cui proverò a rimarcare qualche tratto della sua lunga e prestigiosa esperienza politica ed istituzionale, solo al fine di trarre alcuni spunti di riflessione per il presente. Intanto, è bene sottolineare che e' figlio di una piccola ed orgogliosa terra (l'unica regione che può vantare due appellativi, Basilicata e Lucania, e che, a dispetto delle ridotte dimensioni, ha due versanti bagnati, ciascuno, da un mare diverso : il Metapontino che affaccia sul mare Ionio e la perla di Maratea sul Tirreno). Si racconta che i Romani, durante l'impero, per piegare la fierezza di questo popolo, non incline alla sottomissione, lo esclusero dalle grandi vie di comunicazione, costringendolo così a pagare, per secoli, il prezzo di quell'isolamento. Questo popolo per anni andò fiero di Emilio Colombo ed il suo itinerario politico rappresentò una sorta di riscatto per una regione che, negli anni successivi al II conflitto mondiale, era tormentato dalla miseria, dall'analfabetismo ed interessato dalle grandi ondate emigratorie, come documentano l'inchiesta parlamentare degli anni 50 presieduta dall'on. Ambrico ed i rapporti sulla visita di De Gasperi ai sassi di Matera, additati come vergogna nazionale per le condizioni di prostrazione e di degrado in cui erano costretti a vivere migliaia di nuclei familiari. Colombo legò la sua battaglia politica a questi grandi temi, che entrarono di forza nell'agenda dei primi governi repubblicani. Come dimenticare: la riforma agraria, che trasformò in tutto il Mezzogiorno il latifondo improduttivo in una rete di poderi fruttiferi, assegnando campi ed abitazione a braccianti senza terra, sottraendoli alla fame ed all'indigenza. Si ricorda che nel 1948 De Gasperi e Segni lo inviarono a Melissa per tentare una difficile mediazione nel mezzo di un aspro conflitto sociale che si era aperto proprio per l'occupazione delle terre. La conciliazione gli riuscì e questa opera gli valse come viatico per il suo cammino istituzionale; la legge sui sassi di Matera, che trasformò gradualmente quella vergogna nazionale in patrimonio mondiale dell'umanità riconosciuto dall'Unesco, con un contestuale programma di edilizia sociale per il trasferimento delle famiglie che prima vivevano nei sassi: progetti su cui lavorarono grandi urbanisti come Luigi Piccinato e Ludovico Quaroni; l'industrializzazione degli anni 60, con l'inizio dello sfruttamento dei primi giacimenti metaniferi che diedero vita ai primi poli industriali della chimica con il coinvolgimento dell'ENI di Enrico Mattei; la prima grande infrastrutturazione viaria e la progettazione e realizzazione degli schemi idrici, che affrontarono, con il sostegno della Cassa del Mezzogiorno, i temi dell'isolamento e dell'accumulo e della distribuzione delle risorse idriche, come presupposti per dare impulso a nuove dinamiche di sviluppo. Emilio Colombo ha goduto fino agli anni '90 di un rapporto con il proprio elettorato che, nel linguaggio odierno, potremmo definire plebiscitario: largo e ripetuto è stato il consenso che gli è stato tributato dagli elettori lucani, sino alla cifra record di 850 mila preferenze conseguita nel 1979 nella circoscrizione meridionale per la prima elezione diretta del Parlamento Europeo. Lui rappresentava l'emblema di una generazione di cattolici che nel dopoguerra scelsero l'impegno politico ed istituzionale come frontiera di una testimonianza laica,ma fortemente ispirata dalla dottrina sociale della Chiesa.
Il tutto sotto l'influsso di grandi pastori: don Vincenzo d'Elia, suo parroco nonché amico di Sturzo e fondatore del Partito Popolare in Basilicata; monsignor Augusto Bertazzoni,vescovo lombardo,amico di don Orione, che si distinse per il suo apostolato intenso e profetico nel Mezzogiorno; monsignor Delle Nocche, altro grande vescovo che ha lasciato traccia indelebile delle sue opere sociali ed educative in terra lucana;don Giuseppe De Luca, prete lucano e romano nel senso teologico, fortemente impegnato nelle battaglie contro il modernismo del quale seppe cogliere il valore di reazione ad un cattolicesimo debilitato ed incapace di reggere il confronto con il mondo moderno.Maestri che Emilio Colombo ebbe la fortuna di incontrare e che segnarono la sua vita e quella di tante altre persone meno note che pure determinarono il clima culturale e sociale di quegli anni di rinascita.Una storia che ha coinvolto diverse generazioni di amministratori, su cui il Senatore ha esercitato per anni il suo carisma e per cui ha costituito una sicura guida.Una trama che dopo il 1994 non e' scampata alla diaspora che ha colpito l'unità politica dei cattolici italiani e che in Basilicata ha prodotto posizioni ed esiti controversi su cui sarebbe utile riflettere.Ma oggi, con austerità, festeggiamo i 90 anni, presidente, di una vita spesa prevalentemente al servizio degli interessi della nazione e della sua gente.Il tempo della vita e' fatto di momenti di gloria e di errori, che segnano l'esperienza di ciascun uomo: metafora del limite che ci caratterizza contro ogni superbia ed albagia.Al presidente Colombo e' capitato di vivere un tempo di costruzione e di rigenerazione del paese e del mondo; di incontrare grandi maestri e di vivere a fianco dei grandi protagonisti della politica italiana (De Gasperi, Segni, Moro, Andreotti,) e di quella internazionale (Thatcher, Nixon, Bush, Reagan, Gorbaciov, Rabin, Peres, Arafat).
La sua generazione porta il merito di aver ancorato l'Italia ad un sicuro assetto democratico e ad una sponda di libertà allora per niente scontata.
Di questi traguardi le nuove generazioni gli sono certamente grate e riconoscenti come pure del suo impegno “europeista” perché il nostro continente si trasformasse da luogo di guerra e di sterminio in spazio di pace e di cooperazione economica e politica, come avevano ardentemente desiderato Schuman, Adenauer e De Gasperi .
Il gruppo parlamentare del PDL, mio tramite, formula al senatore Colombo gli auguri piu' sinceri per il suo novantesimo compleanno e si associa ai sentimenti di riconoscenza espressi dal Presidente del Senato e dell'intera assemblea.
* senatore Pdl
Ricominciamo da Elisa
di Domenico Potenza
Elisa era lì, nel sottotetto di una chiesa della centralissima Via Pretoria, a pochi metri da tutti, nel cuore di una città che è riuscita a non vedere un crimine consumato alla luce del sole.
Ritornano nel tempo i giorni dell'attesa, quando la scomparsa d'Elisa aveva mobilitato docenti genitori ed alunni della sua scuola (Liceo-Ginnasio Q. O. Flacco di Potenza) nella ricerca di un qualsiasi segnale che ne rivelasse la sopravvivenza.
Fermenti del comune sentire di una stagione svanita anch'essa nelle trame di un una vicenda nebulosa.
Da allora 17 anni , cadenzati da periodiche manifestazioni pubbliche nel nome di Elisa, e dalla profonda amarezza suscitata ogni volta dal ricordo di un episodio di indecifrabile crudeltà.
Un così lungo intervallo di tempo basta normalmente a consegnare al silenzio anche storie così tormentate.
Ma questa era una storia diversa.
Perchè il sorriso di Elisa, così radicata con la sua immagine semplice e luminosa nello stile di vita più autentico della nostra comunità, era come un colore fondamentale del disegno di questa città.
E' così accaduto che , a mano a mano che la memoria collettiva veniva elaborando un sentimento di assuefatto abbandono del destino di Elisa, fosse proprio mamma Filomena a tutelare, tenendo vivo per tutti il ricordo della figlia scomparsa, il decoro di una comunità da tempo adattatasi ad una passiva complicità con gli eventi .
Finchè il ritrovamento del corpo di Elisa ha messo definitivamente a nudo il punto più alto di tragicità: una giovane vita stroncata e poi profanata, una “coscienza collettiva” smarrita.
Un coagulo di aridità, che ha meritato a questa città, nella comunicazione mediatica e nell'opinione pubblica nazionale di questi giorni, l'apprezzamento di città omertosa e senz'anima.
La stessa città già , d'altra parte, segnalata in passata come luogo di ambiguo profilo.
Che aveva accolto con compostezza lo sballo , anche mortale, da uso “moderato” di droghe.
Aveva accettato senza traumi il connnubio tra centrali criminose consolidate ed insorgenti gruppi malavitosi locali.
Non si era scomposta al sospetto di possibili relazioni tra politica e malaffare.
Aveva metabolizzato senza sussulti la più che realistica ipotesi di traffici illeciti - sul suo territorio (regionale) - di materiale radioattivo d' elevata tossicità.
Ed aveva smaltito, da ultimo, senza clamori lo scandalo del calcio-scommessa di marca endogena.
Un'isola felice apparsa, insomma, improvvisamente sommersa da un irreparabile naufragio di false certezze.
Non è pensabile naturalmente, o per lo meno non è auspicabile, che sia tutto così.
Ma non v'è dubbio che, nella misura anche minima in cui lo fosse, tale scenario costituirebbe anche il naturale sfondo d'impatto dell'assurda fine di Elisa.
Uno sfondo nel quale sono naturalmente scontate le non escludibili manovre accomodanti dell'ultima ora, specie se.. lodevolmente dirette ad attenuare, nella comunità locale, l'effetto destabilizzante di un episodio abbrutente quale l'assassinio di Elisa!
E nel quale non sorprende che bene e male si rivelino ancora una volta come facce interscambiabili della stessa realtà, tanto da far affiorare, nell'epilogo di questa vicenda raccapricciante, imprevedibili comparse inquietanti.
Come quella del reverendo Sabia che, dopo aver per lustri educato al vero ed al giusto intere generazioni di questa città, sembra dover assurgere ora al ruolo di attore, anche se minore, di una storia indicibile.
Dalla quale è augurabile restino fuori per lo meno “i colpi di genio” di chi ora ritenesse di “additare” con certezza i colpevoli o - peggio ancora - desse la stura alle gratuite esternazioni di un becero provincialismo pettegolo.
A fronte della terribile morte di Elisa, ogni rigurgito di saccente “sapienza” non modifica infatti e non giustifica niente, e soprattutto non rispetta il dolore.
Spetta ad altri il compito di indagare, e portare a sintesi gli elementi di conoscenza, ampiamente eloquenti, di cui dispone.
Noi siamo spinti da altre urgenze.
Conoscere la verità , per giustizia, per onore ad Elisa e alla sua martoriata famiglia, per riempire il vuoto che una ferita così profonda rischia di lasciare nel tessuto vivo della nostra comunità.
Liberarci dal torpore che sta lentamente insinuandosi nella nostra vita civile, per ritrovare gli stimoli necessari a riavviarne un dignitoso percorso.
E' ormai chiaro, infatti, che l'una cosa non sta senza l'altra e che, per risalire la china, occorre cominciare dal processo a noi stessi.
Alle paure, alle reticenze, alle miserevoli convenienze.
E alle colpe più gravi.
Come di chi scrive che, avendo all'epoca la responsabilità di rappresentare la comunità cittadina, non seppe capire che, per coinvolgere gli “addetti ai lavori” in un'indagine a tutto campo, avrebbe dovuto far giungere loro il respiro forte di una città che, se motivatamente orientata, avrebbe accettato di mettersi a nudo per raccontare la vera storia di Elisa.
Anche di questo è il momento di chiedere perdono ad Elisa, ovunque Ella sia.
Com'è l'ora che la Chiesa esca dai suoi palpabili infingimenti e cancelli con responsabile pentimento una pagina oscura della sua storia, immaginando ad esempio di destinare quel tempio, che nessuno riconosce più come tale, all'arricchente condivisione del tempo libero, agli spazi ameni della cultura e della multiforme espressione dell'arte che, in memoria di Elisa e nella contemplazione del bello, riavvicini il cuore antico di questa città al sentimento vero di Dio.
Premesse fondamentali, da cui ripartire per l'impegno più arduo.
Che è la rigenerazione non della classe politica che ci governa o dell'ordine istituzionale che la riflette, né dei centri di potere diffusi, tra i quali i più ritengono si annidi il mistero della morte di Elisa.
Ma di quella società civile che di tali ambienti e culture è la prima responsabile fonte alimentatrice.
Il “Palazzo” infatti è come noi vogliamo che sia, e cambierà quando anche noi cambieremo.
Se sapremo ricominciare.
Partendo dal sacrificio di Elisa che, nell'ora Sua più difficile, non ha inteso barattere con niente il candore dei suoi anni fiorenti.
Dal dolore disperato, duro, determinato, ma edificante , della sua meravigliosa famiglia.
Dal coraggio di Filomena che, ricevendosi i resti della figlia, non ha chiesto nient'altro.
Ma, raccolta in un grumo di nervi, ha preteso con fermezza il ripristino di una verità arrogantemente violata.
Urlando in faccia a tutte le mafie, e sfidandole al tempo stesso a ritrovare anche esse le tracce di sentimenti universali mai definitivamente cancellabili per nessuno.
Ricominciamo da questa fede.
E da quella piazza gremita di giovani, gli stessi che abbiamo educati all'attesa del nulla, e che, dopo la terrificante notizia del corpo straziato di Elisa, hanno sfilato in migliaia con i loro volti contriti e tuttavia sorridenti, quasi a rassicurarci che c'è sempre il tempo per una nuova speranza.
E per un riscatto difficile.
Ma non impossibile: purchè chiunque sappia dica ora, con ritrovata forza morale, ciò di cui è conoscenza, restituendoci , nel commiato da Elisa, la dignità di starLe vicino almeno una volta.
Ora è rimasta solo la voglia di verità
di don Aldo Viviano
Ritorna attuale, specialmente in giorni di settimana santa dei cristiani, la voce attempata e rauca, tendenzialmente fuorviante di un oscuro governatore di provincia romana, diventato famoso soltanto nel contesto storico del Credo nella liturgia del culto, nei vangeli, nella storia della chiesa.
Pilato, questo il nome, rivestito di tunica bianca e toga, macchia la candida veste della carica pubblica, smarrito nell’applicazione del diritto romano che tutelava e regolava la difesa dell’imputato, abdica al ruolo di garante della verità, chiede che cos’è la verità.
Aveva dinanzi il Nazareno il quale aveva detto di se stesso: io sono la via, la verità, la vita. Ma urgeva rispondere alle istanze della piazza delirante, del popolo anonimo tumultuante, inquieto, manovrato da altro potere regale-sinagogale più impaziente della plebe nei confronti del messia. Viene in mente siffatto squarcio di società ultrabimillenaria del tempo di Gesù in Palestina per riflettere sullo scudo inutile della rappresentanza imperiale in quella terra, l’inganno delle masse stagnanti nel volgo, rassicurate dalla certezza della verità mai scoperta, mai affrontata, mai rispettata, di un ordine pubblico del tutto inventato.
Ora, a distanza epocale dal fatto cristiano, ora che la plebe è diventata popolo ed il governatore è oscurato dall’ombra del catino agitato dalle mani tremanti nell’acqua simbolica della deresponsabilizzazione, è rimasta sola, però impavida la verità. Questa non passa mai, ieri come oggi, oggi come ieri. Si è dinanzi a lei, pur nella frenesia della ricerca di chi si agita per impedire che la si rincorra ad ogni costo, costi quel che costi. Oggi non si può essere i nipotini pilateschi condizionati da variabili del congedo logico dei percorsi razionali.
L’antica filosofia agli albori della civiltà ha fatto i primi passi preparatori alla conquista del pensiero davanti allo specchio della realtà, fuori dagli schemi parametrati di categorie del rifiuto.
Basta attingere ad un grande della storia civile, Socrate, presente nelle sue interazioni comunicative alla coscienza contemporanea, attraverso i significativi suoi silenzi o le attese decisionali della democrazia in erba appena spuntata da terra. Il martirio ed il genio di Platone hanno costruito in Socrate la figura di un santo laico, l’uomo superiore che sfida la plebe ignorante con sufficienza e distacco. In ciò si racchiude la grandezza di Socrate platonico, che con la sua saggezza e serenità sfida i secoli per collocarsi nell’olimpo dei grandi. Socrate secondo questa rigida regola della storia, della storia aveva bisogno, della cicuta per affidarsi all’immortalità.
Oggi sono altri a somministrarla. Il risultato è lo stesso: la morte. Socrate l’ha data a sé, altri la danno e fanno morire con la violenza, il tradimento, l’aggressione. In tale destino di uomini e di eventi un’ombra indelebile si allunga sulla società, che ieri non seppe o non volle rispettare le proprie conquiste di tolleranza e di progresso; oggi aggredisce e trasgredisce i principi morali che devono presiedere all’ordine ed alla dignità della persona.
L’ultima vicenda assurda di cui è stata protagonista passiva perché l’ha subita, la città di Potenza, non può, non deve stemperarsi neppure nelle immersioni spirituali della liturgia commemorativa del venerdì santo o nelle peregrinazioni di sequenze o ritorni litanici. Perché sulle pietre, sui volti, sui muri, è impresso il dolore, il cordoglio del mondo civile per lo strappo di una figlia dal cuore della madre.
Meta sì il calvario, la croce, il capo reclinato del crocifisso, ma la visita al sepolcro è lì a pochi passi dalle abitazioni, su quel suolo oscuro e umido che per lungo tempo ha custodito in solitudine ed abbandono il corpo di Elisa consacrato dal sacramento del battesimo cristiano.
Quel sepolcro custodisce non più anonimo ed anodino un oggetto, bensì la vittima della passione e della follia omicida.
Il sacrificio risparmiati ad Abramo s’è compiuto in una creatura sedicenne. Dal colle di Sion al capoluogo di regione. E lì che conviene in quest’ora di dolore il popolo lucano, insieme a Mamma Filomena, Gildo, Luciano, l’intera famiglia Claps divenuta intanto simbolo ed emblema di dolore.
In attesa della verità che riappare risorgente dalle ceneri dell’oblio, come alba di un nuovo giorno di risurrezione e di gloria.
Per sconfiggere l’odio, l’omertà, le viltà, i silenzi metodici e non socratici, per impedire abusi ed ulteriori arbitri, gli squallidi compromessi intrisi di sangue.
Ora la visita ai sepolcri, in una con quella del martire divino, è il rifugio collettivo dei lucani nel luogo del grande raduno intorno alla diletta mamma Claps divenuta icona dell’addolorata. In attesa della verità e della giustizia non più protraibile se si desidera e si voglia essere, come nel proposito di ogni buon cristiano, testimone della profezia evangelica.
Elisa, la Chiesa e la Pasqua di Resurrezione
di Tommaso Marcantonio
Cara Elisa, il ritrovamento del tuo cadavere dopo 17 anni dall'efferato delitto che spezzò le ali della tua giovinezza è ancora senza un autore - colpevole - ben definito. A Potenza si è rinnovato lo squarcio di questo misterioso e intricato giallo, mentre si cerca di ottenere Verità e Giustizia. E per questo la magistratura ha riaperto il caso rinnovando con più oculatezza e più appropriatezza le indagini visto che anche Scotland Yardse ne tornò a mani vuote senza ritrovare quegli elementi di accomunanza per casi analoghi, forse addebitabili allo stesso soggetto disadattato e pericoloso. Bella Elisa, il ritrovamento dei resti del tuo corpo ha scatenato il putiferio permettendo alle insolenti malelingue di alimentare la teoria del sospetto nell'insinuare il dubbio che in primis sarebbe stato responsabile mons. Don Mimì Sabia. È facile trarre spunto dall'imbarazzo dell'attuale amministratore parrocchiale don Ambrogio e del suo vice don Vagno per montare l'urlo del “Crucifige eum”. Sì, angelo Elisa, oltre 2000 anni or sono, Gesù Cristo, venuto sulla terra come Messia per redimerci, giunta la sua ora, si trovò incriminato dai massimi esponenti sacerdoti e dal suo popolo davanti a Ponzio Pilato per aver commesso il reato di aver manifestato la Divinità incarnata. Alla stessa stregua, c’è chi si sente autorizzato a montare in cattedra per ampliare lo scandalo dei preti pedofili, accusare il Pontefice, tutta la Chiesa e linciare la memoria dell'eccezionale sacerdote mons. Don Mimì Sabia. La colata di fango, presa a prestito dai noti casi di alcuni preti sporcaccioni che hanno abusato di fanciulli inermi e denunciati proprio dal sommo Pontefice alla magistratura non può autorizzare miscredenti o atei per rimescolare storia, teologia, dottrina, filosofia, morale. Ora basta, signori della calunnia, del tutto gratuita e non richiesta! Tra l'altro è di una gravità assoluta che si ipotizzi da parte del ripetuto don Mimì la conoscenza del cadavere nel sottotetto di un'appendice della Chiesa della SS. Trinità che non è e non va sconsacrata - attribuendo la responsabilità a un morto. Angelo Elisa, il tuo bel volto, il tuo sorriso, la tua leggerezza, cara Elisa, non possono trovare macchia in una presunta complicità della Chiesa perché tu, più degli altri, conosci i profondi insegnamenti catechistici di don Cesare Covino. La Chiesa non impegna le sacrestie, gli oratori e i circoli che per l'educazione, la formazione e la crescita civile e sociale dei partecipanti, siano essi bambini, ragazzi o adulti. Non sono luoghi maledetti di orditure, di mostri e di perdizione! Ora è Pasqua, e dopo il momento più cruciale del vissuto della passione e morte di Gesù in Croce, è la forza della Risurrezione a cui l'umanità deve mirare. Per questo la Chiesa, prega per la tua anima benedetta, cara Elisa, oggi in particolare in Cattedrale a conclusione delle Quarantore, mentre rimarrà illuminata soprattutto di sera e di notte la Croce sulla Chiesa di San Rocco in Potenza fino a quando non sarà stata scoperta la Verità e praticata la Giustizia. Voglia Iddio consolare in particolare la tua sfiancata mamma Filomena, tuo fratello Gildo e tutta la famiglia, affranti dallo straziante dolore della tua tragica fine protrattasi già per tutti questi lunghi anni! Per la Santa Pasqua, Gesù sulla Croce promise e rassicurò il ladrone alla sua destra di concedergli il Paradiso proprio per il suo saggio pentimento. Ne traggano profitto i millantatori e i peccatori!
La meglio gioventù è quella vista in piazza per Elisa Claps
di Mauro Armando TitaLa bella manifestazione di Milano con la lunga elencazione dei morti per Mafia, quella di Roma sull'acqua pubblica e quella di Potenza per Elisa rappresentano non solo la meglio Gioventù italiana , ma, soprattutto, la più bella Italia, quella che reagisce, quella che ama, quella che attende giustizia ,quella che si commuove e quella che pulsa.
Qualcuno potrebbe individuare nella descrizione delle tre manifestazioni un chiaro esempio di faziosità. Non è così , non è vero... lo dimostrerò con il mio ragionamento successivo. Prima di tutto i dati sconvolgenti sulla eventuale privatizzazione dell'acqua e la presenza di molti sindaci Pdl in piazza a Roma sono il chiaro esempio che il decreto del Governo deve essere modificato o revocato . E' giusto che sulle aziende municipalizzate scenda una meritata mannaia e non la solita manna per la partitocrazia e gli spudorati affarismi e clientelismi, ormai insopportabili.
Un governo serio sia a livello locale che nazionale affronta e riduce drasticamente gli sprechi e gli emolumenti d'oro ai vari amministratori.
Da secoli avvertiamo un putrido esempio di dinamiche similari presenti in tutti gli schieramenti di maggioranza e di opposizione.
Non c'è da meravigliarsi tanto con i Frisullo , le escort e le tangenti. La giustificazione è sempre la stessa ... la politica costa...anche... in presenza dei nominati?
E' un miracolo solo italiano. Il popolo della meglio Gioventù potentina era lì in piazza.
Una piazza fatta di felpe bianche (consentitemi una piccola presunzione... comprese quelle dei miei figli) che hanno inondato la città da piazza don Bosco a Piazza Mario Pagano.
E' la gioventù che amiamo di più.
Non è la gioventù dei furbi, degli scaltri , dei figli di papà, chini e supini, quelli che già preparano il percorso apicale ai loro figlioletti ...con una spudoratezza ,mai doma.
Quella spudoretezza voluta dalle tante categorie sociali lucane e meridionali della cosiddetta classe media ,non più motore di cabiamento, purtroppo ,oggi, presente , anche, nelle aree italiane del Nord e che hanno fatto del provincialismo, del trasformismo , del carrierismo , della grettezza umana e del familismo più immorale le loro armi secolari per colpire le famiglie più umili , per colpire le famiglie Claps, per colpire i più deboli.
Queste categorie sociali dedite al privilegio senza tempo sono state costrette dai fatti e dagli avvenimenti a seguire le onde lunghe della "meglio gioventù".
Sono stati per secoli ladri di fiducia popolare. Oggi vi è il Redde Rationem.
Il caso Claps non ha solo squarciato il velo di una verità nascosta diciassette anni. Ha squarciato definitivamente una forma mentis mafiosa e baronale , difficile da rimuovere, fatta dai vari Marchesi del Grillo (noi siamo Noi... Voi non siete un ca... "con mio diritto di primogenitura") di supponenti e di snob, distanti anni luce dai problemi quotidiani. Sono coloro che insieme a tanti politici ,senza scrupoli, hanno per secoli rubato la buona fede dei loro elettori.
E' stato un furto della fiducia di tanti cittadini ignari e forse qualche volta ignavi.
Questa gioventù che vedo crescere intorno anche ai miei figli ama la Verità ...ama la vera Giustizia. Non è solo la manifestazione per Elisa o l'Onda Lunga a favore della Scuola Pubblica ... è una presa di distanza da tutte le sedi , da tutti quei personaggi e da tutti gli intrecci dove si respira l'aria malsana della partitocrazia, della demagogia, dell' affarismo e delle ipocrisie varie.
Certo che in questo clima le categorie dei furbi e dei genitori senza scrupoli (i sindacalisti dei loro figli bulli) sono del tutto spiazzati.
Sappiamo che qualche genitore dedito al trasformismo e agli affarismi ha violentemente redarguito il giovane con la "felpa bianca".
A queste furbe categorie sociali che si annidano in tutti i settori (dai magistrati, agli insegnanti, dai commercianti agli imprenditori, dai funzionari pubblici agli Ingegneri/Architetti, per non parlare delle categorie santificate degli Avvocati e dei Medici) vogliamo dire ...abbiate un po' di pudore, iscrivetevi alla legalità...partecipate ai concorsi pubblici , come le tante migliaia di fessi, siamo stanchi di vedere i middlescents (in specialmodo nella tanto amata prima repubblica) di dubbia professionalità assurgere a ruoli apicali .
Siamo stanchi di vedere maestre giardiniere , periti e congegnatori meccanici ,mogli e figli di dirigenti e di tutte le categorie suindicate assurgere a ruoli apicali nella Regione Basilicata e in tutto il ginepraio delle Asl e degli enti Strumentali. Siamo stanchi di vedere enti formazione accreditati in Basilicata più dell'Emilia Romagna, con tutto il carico di sospetti che tale scelta comporta.
Siamo stanchi di vedere corsi finalizzati ai formatori e non ai formati .
Ogni occasione è buona per inventare incarichi e docenze fittizie ai soliti amici del giaguaro. Lo chiediamo al presidente Apofil. Sperando che ci chiarisca il criterio adottato per certi incarichi di direzione nelle varie aree di intervento. Sperando che la Chiesa lucana, quella dedita, alle telefonate e alle pressioni sul politico di turno per accelerare i percorsi dei "posti al sole" ai figli dei Fedeli più "fedeli" (vedi Università e uffici vari) capisca l'importanza della legalità e della giustezza del nostro vivere quotidiano .
Come ha tuonato Benedetto XVI sui pedofili , così ci aspettiamo una dura presa di distanza di certi parroci che ,ancora oggi ,con tanta moderazione... ci indicano il loro politico preferito.
Noi preferiamo i Don Ciotti e i preti di frontiera preferiamo la povertà di Assisi ai Salotti della curia Romana.
Desideriamo come ha detto Don Viviano sulle pagine del Quotidiano una nuova Società lucana sana che si stringe intorno alla famiglia coraggiosa e reattiva di Elisa Claps, ma che non disdegni una vera rivoluzione copernicana nell'agire quotidiano e, soprattutto , nel buon esempio, bandendo definitivamente i furbi di ogni età e la miriade di sepolcri imbiancati.
Un modello culturale per utilizzare le risorse
di Nino D'Agostino
Nei giorni scorsi, il vescovo di Potenza, monsignor Superbo, ha illustrato a Potenza il documento della conferenza episcopali italiana (Cei), intitolato “per un paese solidale, Chiesa italiana e Mezzogiorno”, alla cui stesura ha contribuito direttamente.
Il documento fa parte di una serie di studi e di analisi della Chiesa cattolica sulle tematiche relative ai rapporti tra politica e società, con particolare riferimento alla questione irrisolta del divario socio-economico nord-sud.
Già nel 1989, la Cei ebbe modo di affermare che l'ostacolo principale allo sviluppo autopropulsivo del Mezzogiorno veniva proprio dal suo interno e risiedeva nel peso eccessivo dei rapporti di potere politico, finalizzati a gestire le risorse pubbliche in funzione clientelare e per interessi particolari e non certo per la ricerca del bene comune. I vescovi sostennero allora giustamente che “ il Paese non crescerà, se non insieme”, un obiettivo ancora oggi molto attuale, ma sostanzialmente rimosso, al di là dalle dichiarazioni politiche di maniera, dalla politica nazionale, dal comune sentire di larga parte del popolo settentrionale che considera il sud come una palla al piede e dunque da lasciare al suo destino assistenziale e parassitario, mirando a trattenere al nord la gran parte delle risorse pubbliche ottenibili in loco col fisco.
Con il documento recente, tale denuncia ha assunto connotazioni più precise, rilevando come stia lievitando a dismisura “l'egoismo individuale e corporativo un po' in tutta l'Italia, con il rischio di tagliare fuori il Mezzogiorno dai canali della redistribuzione delle risorse, trasformandolo in un collettore di voti per disegni politico-economici estranei al suo sviluppo”.
Non mancano rilievi molto critici sull'operato della classe dirigente meridionale, quando si fa osservare come “il cambiamento istituzionale provocato dall'elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle province e delle regioni non ha scardinato meccanismi perversi o semplicemente malsani nell'amministrazione della cosa pubblica, né ha prodotto quei benefici che una democrazia più diretta nella gestione del territorio avrebbe auspicato”, ritenendo, tra l'altro, che “resta da verificare se e come le risorse disponibili siano state effettivamente utilizzate”, ponendo in tal modo il tema fondamentale della valutazione effettiva delle misure fin qui adottate, confutando di fatto la autoreferenzialità che continuamente ci propina la politica.
La Cei indica in un sano federalismo la nuova sfida che il Mezzogiorno è chiamato ad affrontare e lo fa con un distinguo essenziale rispetto al federalismo fiscale che, ad oggi, è pur sempre un oggetto misterioso, introducendo come proposta nella riforma istituzionale in atto i principi della solidarietà che significa tener conto con giustizia delle ragioni dell'altro, pensare insieme, e gli uni per gli altri, e della sussidiarietà, come processo ordinatore dei rapporti tra Stato e sistema istituzionale locale, da raccordare organicamente, per non scadere nell'assistenzialismo, partendo dal presupposto secondo cui “la corretta applicazione del federalismo fiscale non sarà sufficiente a porre rimedio al divario di nel livello dei redditi, nell'occupazione, nelle dotazioni produttive, infrastrutturali e civili”.
Il principale merito che contiene, a mio avviso, il nuovo documento della Cei può rintracciarsi nell'aver centrato il tema della condizione essenziale su cui si costruisce la sviluppo socio-economico che concerne i “fattori non economici” che hanno una importanza maggiore di quelli indicati normalmente dagli economisti (strategie d'investimento per mobilitare le risorse umane e materiali, in funzione della creazione di ricchezza). La questione sviluppo è prioritariamente questione culturale.
Gli obiettivi economici si raggiungono, non soltanto, se si dispone di risorse adeguate alle esigenze di benessere poste da una comunità, ma anche e soprattutto, se la comunità esprime un modello culturale capace di saperle utilizzare. Modello culturale che implica un certo ethos, un grande senso civico, progetti forti dei giovani e dei meno giovani, basandosi sulla fiducia nelle proprie forze, un contesto popolato nei grandi numeri di individui consapevoli che meriti e bisogni, ditti e doveri devono procedere di pari passo, che le scorciatoie e protezioni politiche creano gravi disuguaglianze e gravi ingiustizie.
Se questo è, la Chiesa cattolica, come luogo terzo, libero da interessi particolari, da affiancare a tanti altri luoghi terzi, come la scuola, pubblica o privata che sia, l'università, il mondo del volontariato, può svolgere un ruolo straordinario di educazione e di testimonianza, in funzione di quei fattori non economici che attivano virtuosità civiche indispensabile e propedeutiche alla crescita socio-economica.
La Chiesa si occupa di spazi etici e morali che risultano decisivi per fissare il livello culturale di una collettività. Entri, dunque, più compiutamente in questi campi di attività e lo faccia, procedendo anche a sostanziali autocritiche, riconoscendo che talvolta ha svolto una azione di freno della crescita e della modernizzazione della società.
Edmondo Soave, il giornalista della rai di Potenza, nel dirigere il dibattito che è seguito alla illustrazione del documento di monsignor Superbo, ha avuto modo di osservare che esistono due livelli, entro cui si svolge una qualsiasi azione educatrice: un livello alto di analisi e di proposta, ed in questo il documento della Cei è straordinariamente illuminante, ed un livello che attiene all'opera quotidiana che assicurano coloro che agiscono in concreto. Non è detto che sempre i due livelli siano coerenti, organici tra loro. Anche la Chiesa cattolica è chiamata a riflettere soprattutto nelle sue diramazioni ecclesiali sulle modalità con cui ha orientato direttamente od indirettamente la sua comunità di riferimento nei rapporti con la politica.
Se è vero, come è vero, per dirla con Don Sturzo che “ la politica ha bisogno dei bisognosi”, per organizzare le sue clientele, non si può certo affermare che tante realtà della Chiesa non siano state coinvolte in questa rete di consenso e controllo sociale improprio, contribuendo ad attivare una domanda sociale al ribasso, in cui il favore sostituisce il diritto.
In questa ottica nessuno può chiamarsi fuori: non le imprese spesso alla ricerca di sostegni pubblici da ottenere fuori dalle regole della concorrenza e che considerano la maternità un handicap e quindi si dichiarano poco propense ad assumere le donne, non i singoli cittadini (si fa per dire), impegnati ad avere posti soprattutto nella pubblica amministrazione, non i politici, attenti al proprio tornaconto personale, da porre, senza remora alcuna, nettamente avanti all'interesse generale. C'è dunque molto da fare per ciascun soggetto, per ciascuna istituzione.
Il documento della Cei ha un altro significato straordinario: viene proposto in un momento politico molto particolare e cioè in una fase in cui prevalgono gli egoismi locali, gli interessi particolari, le frammentazioni territoriali, partitiche, corporative. Porre come hanno fatto i vescovi al centro tematiche, relative a valori universali, è il modo più appropriato per superare le angustie culturali, politiche e sociali prima accennate.
Il diritto di invecchiare in pace
di Renata Perretti
Mi trovavo in coda in una farmacia alla ricerca di un potente analgesico per il mio mal di denti e aspettando pazientemente in coda il mio turno, numerino alla mano, piedi dietro la striscia gialla, mi sono data uno sguardo intorno senza lasciare la mattonella su cui mi trovavo, ma rotando semplicemente il busto da una parte all'altra. Con una semplice torsione di circa 180° in pochi secondi sono riuscita a cogliere negli annunci di cartelloni a terra, poster alle pareti e confezioni di prodotti sugli scaffali i seguenti messaggi, o forse anche qualcun'altro che adesso mi sfugge:
“…vietato invecchiare”, “fermate il tempo”, “prodotto anti-age”, …”nascondi l'età”, “contrasta i segni del tempo”, “conquista uno sguardo più giovane”, …”rivela la giovinezza cellulare”, “combatti l'invecchiamento”…
Non ho fatto in tempo a girarmi del tutto perché sono stata richiamata da un campanello e il mio numero “93” è apparso sul display luminoso. Un po' soprappensiero mi sono affrettata al banco ad acquistare l'agognato analgesico. Prima di abbandonare la Farmacia ho però tirato fuori dalla borsa una penna e ho annotato tutti i divieti anti-declino su un pezzo di carta.
Come tutti mi ero trovata più volte (anche se da tempo non ci facevo più caso) di fronte ad altri divieti: Vietato fumare, Vietato calpestare il prato, Vietato buttare rifiuti, Vietato l'uso del cellulare…, ma la scritta Vietato invecchiare continuava a tornarmi in mente mentre guidavo verso casa, il mal di denti ancora pungente. Come possono vietarmi di invecchiare? E chi me lo vieta?
Entrata in casa, senza nemmeno togliermi il cappotto di dosso, ho tirato fuori dalla libreria il mio vecchio Devoto-Oli, il dizionario usato fin dal Liceo e ho sfogliato le pagine fino alla parola
invecchiare: …perdere in freschezza e in vigore…fig.: perdere pregio o credito in seguito all'imporsi di innovazioni.
Ma allora quegli annunci non avevano torto; invecchiare sarebbe davvero da vietare, da mettere al bando se perfino il Devoto-Oli dà al termine un significato così negativo; ed io che pensavo che fosse un processo naturale, che fosse inevitabile per noi tutti organismi viventi. Ancora una volta mi ero sbagliata, ma potevo correre subito ai ripari, tornare di corsa in Farmacia e comprare un antidoto o…mettermi l'animo in pace e per una volta non rispettare un divieto. E se invece invecchiare fosse un nostro diritto che la società fa di tutto per calpestare? Se non fosse poi dopotutto un'offesa pubblica? Forse era il mal di denti a confondermi o ero proprio io confusa a riguardo. Noi donne, voi uomini e il tempo che passa…mantenere una pelle giovane, i capelli da giovani, i denti, il fisico, le parti più intime, le prestazioni…quanto tempo, fatica, soldi, energia stiamo sprecando per non invecchiare! Quasi quasi cambio idea e per una volta infrango il divieto!
Una regione e il suo flusso di coscienza
di Anna G. Rivelli
C’E’ una strana inquietudine nell'aria; la sensazione è che troppe cose irregolari si stanno affastellando nel nostro Paese e troppi punti di riferimento stanno sgretolandosi un po' alla volta facendo sempre minore rumore.
Non crolli improvvisi, non terremoti, ma una lenta e costante erosione ci sta accompagnando ad una sorta di dolce morte della libertà, della democrazia, della legalità. Un rumore di carta stropicciata, un fruscio … non altro si ode oltre la farsa godereccia di una classe politica che ha perso il controllo di se stessa e si sta avviluppando sui suoi stessi errori, vittima della sua tracotanza giunta all'apice, di un interesse personale spudoratamente inseguito, di una indifferenza che si fa rifiuto nei confronti delle vere emergenze del Paese.
Paese che sta a guardare. Paese che ha ancora gli occhi della crisi e la disperazione della solitudine dei più deboli nascosti nelle finzioni del tutto risolto, come a Napoli, come a L'Aquila, come un po' dappertutto. Paese di disparità assolute che inneggia alla par condicio tra gli oligarchi i quali hanno a spregio le norme che essi stessi hanno imposto agli altri. Un grande carro carnascialesco che sfila roboante di musica e balli sotto gli occhi di chi non ha pane: questa appare oggi l'Italia; una scatenata samba delle verità che ancheggia, si rivolta, gira e rigira in un andirivieni di notizie e smentite, abbracci e insulti, condanne e assoluzioni.
Non è più possibile ormai distinguere il vero dal falso, il giusto dall'ingiusto. Nulla in questo momento è più soggettivo della verità, nulla più elastico della legge, nulla più discriminante di quella che ancora chiamiamo democrazia. Il Paese è bloccato in attesa di queste elezioni che si prefigurano come un vaticinio e sembrano importanti per questo più dei segnali per fortuna ancora flebili, ancora sporadici di generale insofferenza.
Il clima è lo stesso anche in Basilicata. Troppe incertezze, troppe mezze verità, troppe cose strane che in una regione piccola come la nostra si ingigantiscono ulteriormente e si lasciano percepire in tutta la loro gravità. Le lettere minatorie non meno di certe illustri querele alla stampa, le perquisizioni non meno di certi attentati creano una cappa di incertezza e sospetto che non giova alla crescita della regione, né si disperde al vento delle promesse.
“Il cambiamento che vogliamo. Il coraggio di essere liberi. Adesso, una regione nuova. L'innovazione continua. E' una questione di principio. Ti puoi fidare. Insieme possiamo. Orgogliosi di essere lucani. Nessuno deve toglierci ciò che il buon Dio ci ha dato…”. E' un flusso di coscienza inarrestabile quello dei manifesti elettorali che ci martella angosciante attraverso le vie della città, le strade della regione, ci insegue, ci esaspera.
Tutto appare ancora più nebuloso e vago laddove la coerenza è sospettata, la politica ti sta accanto identica da almeno trent'anni, quello del muro catto-comunista è l'unico cantiere assente in città e l'impegno a favore dei più deboli ha cambiato solo il bollino di partito, restando identico ai traditi propositi di qualche mese fa.
In fondo ci sono poche cose che i cittadini vorrebbero sapere con certezza e sono cose spicciole, pratiche, da gente comune: per esempio, interessa meno conoscere chi può aver violato un segreto d'ufficio, di quanto possa interessare sapere se i dati diffusi da Bolognetti in materia di inquinamento sono reali o meno, perché se segreto c'era ed è stato violato, e se la cosa è apparsa così grave da determinare addirittura una perquisizione, è facile per chiunque ritenere che ciò che è stato denunciato ha più che un fondamento di verità.
I cittadini gradirebbero conoscere con certezza i dati relativi all'aumento in regione delle malattie tumorali correlato alla controtendenza nazionale, vorrebbero vedere reali svolte anticlientelari e anticasta che oggi non ci sono.
La politica tutta non trascuri certi segni: segni di nervosismo, di insofferenza, di sfiducia che cercano la concretizzazione di gesti eclatanti capaci di essere visibili laddove non lo sono le grida di aiuto. Un clima di sregolatezza e dubbio soffoca anche la nostra regione; quella mentalità mafiosa menzionata da Monsignor Superbo è un terreno di coltura assai fertile per ogni forma di violenza; il bavaglio è spesso imposto anche qui e chi non può urlare prima o poi finisce per tirare calci e persino la solidarietà orizzontale può essere vissuta come insulto da chi è in posizione di suddito.
La politica tutta resti in ascolto, ma in ascolto vero.
Taccia quando c'è da tacere e agisca per il bene comune, evitando, magari, certi ridicoli quanto inutili proclami (vedi test antidroga ai candidati regionali!!!) che sono la parodia della politica. La violenza genera violenza e quella del sopruso non rompe meno vetri del piccone.
La voce dei vescovi alla società meridionale e a chi governa
di Aldo Viviano
E’ di questi giorni il nuovo documento del magistero e ecclesiale sul Mezzogiorno d’Italia, dopo i ripetuti appelli scanditi puntualmente negli ultimi decenni di vita pubblica.
E’ una voce forte diretta alla società meridionale: cittadini, responsabili, politici, partiti, gruppi, famiglie. Sono note le patologie di cui soffrono le comunità civiche e religiose: malavita strutturata al Sud come in altre plaghe, corruzione di enti, appalti illeciti di opere, estorsioni nelle forme più immorali, evasione fiscale, lavoro nero, economia illegale, pregiudizi di categorie, deficit di sviluppo economico e ritardi culturali. Un quadro panoramico di crisi crescente, alimentata da soggetti improvvisati, non al posto giusto, trascinati per propria colpa ed irresponsabilità di consenso elettorale a ricoprire delicatissime cariche di governo, a danno dell’amministrazione delle risorse, della loro redistribuzione.
Città e borghi considerati in una corsa pazza verso l’utile e le fortune personali, una cisterna di voti per traguardi intriganti estranei allo sviluppo del territorio, della gente, delle stesse istituzioni occupate indebitamente da avventurieri di turno. Si incoraggiano risposte di solidarietà per far fronte a chi versa nel bisogno, vicino o lontano, ma pure nei confronti di ogni persona alle prese con la famosa questione meridionale, sempre urgente, sempre denunciata, sempre portata logorroicamente in circoli accademici o estrapolata per puro dilettantismo di facciata.
La soluzione appare sempre più lontana: però si potrebbe cominciare ad iniziare dai fruitori, rimodulando le esagerate spettanze retributive, rinunciando a spese gonfiate contemplate dalle classi dirigenti e di rappresentanza.
Ciò però può accadere soltanto se cresce l’atteggiamento critico di tutta la popolazione che non può barattare il voto per comparismo, per amicizia, per promesse di futuro vantaggio oppure uffici e lavoro da occupare. Il monito non è solonismo, come blaterano i colpiti dalle frecce della faretra. Segna invece il momento solenne che vive il popolo sovrano.
In conclusione, chi governa non può, non deve agire a scapito dei cittadini. Questi ancora annoverano fasce deboli, zone devastate da crimini palesi e criptici, spogliati di beni sottratti al fondo delle convergenze e delle spettanze. I doveri, le regole, i servizi, soprattutto i servizi, non possono più scomparire dall’orizzonte politico.
Le classi dirigenti, locali, provinciali, regionali, non possono cedere a pressioni egoistiche, qualunquistiche, comunque ambigue di tendenze ed usi da esorcizzare.
E se gli immigrati ci salvassero?
di Vito Bubbico
L’articolo di Nino D'Agostino di sabato scorso (“Neppure gli immigrati ci salvano”) che analizza i dati ISTAT sull'andamento demografico della nostra regione ci da lo spunto per riprendere un ragionamento e una proposta che avevamo già anticipato in “Cronaca locale” a fine gennaio scorso. Collaboriamo, infatti, a questo quotidiano sin dalla sua apparizione sul mercato dell'editoria lucana e, nonostante da qualche tempo ci dedichiamo anche al commento di quanto ci accade intorno, continuiamo a fare cronaca (memori della lezione del compianto Enzo Biagi) da una piccola comunità della collina materana. Di essa, da anni, ogni sei mesi diamo conto dei dati ISTAT e del suo lento ed inarrestabile declino demografico, nella convinzione (sin'ora vana) che sia importante la consapevolezza di questo elemento, spesso liquidato con sufficienza e buttato nel dimenticatoio, da parte di chi assurge a classe dirigente e che, invece, da esso non dovrebbe prescindere per seri programmi di breve e di lungo periodo. Nel nostro pezzo (Il Quotidiano del 28-1-2010, pag.35) che analizzava la popolazione al 31-12-2009 rilevammo che “dai numeri comincia ad emergere una tendenza diversa dal passato che cambia in parte la qualità del malinconico morire di questa piccola comunità. Negli ultimi quattro anni (dal 2005 al 2008) il valore assoluto della riduzione della popolazione è stato costituito essenzialmente (con una percentuale oscillante tra il 66% del 2007 e l'84% del 2006) dal differenziale negativo tra emigrati ed immigrati, mentre la parte residua proveniva dal saldo, sempre negativo, tra nati e morti. Nell'anno appena concluso, invece, la incidenza dell'emigrazione sul totale calo demografico scende sino al 58%, mentre cresce il peso dovuto alla differenza tra la scarsa natalità e le morti sempre più alte, anche in ragione dell'invecchiamento della società.” Una tendenza confermata, come appunto ricorda D'Agostino, anche dal dato complessivo fornito dall'ISTAT. Cosa significa questo? Significa che “cominciano ad acquisire un maggiore peso, in questo particolare “tiro alla fune” demografico, elementi che costituiscono il differenziale negativo complessivo di più difficile potenziale “condizionamento”. Essi attengono all'incrociarsi del triste incremento di una causa biologica (quello dei decessi) che non è, ovviamente, nella disponibilità di alcuna azione politica modificare (magari) e di una causa “comportamentale” (quella della bassa natalità) che attiene a stili di vita oramai consolidati (si fanno meno figli anche al Sud) che si modificano nel corso di tempi medio-lunghi. Tutto questo pone immutata, anzi con maggiore urgenza, l'esigenza di una azione politico amministrativa mirata a favorire flussi demografici verso la comunità locale.” Ed ecco allora la proposta che avanzavamo nello stesso articolo per quella comunità e che riteniamo possa valere per tutti i piccoli comuni dell'intera regione. “Perché non guardare con un pò di attenzione meno preconcetta, magari valutandolo come una grande opportunità, al fenomeno dell'immigrazione che gia di fatto investe le regioni del Sud, compreso la nostra? Vi sono interi quartieri del centro storico vuoti, con decine di case abbandonate. Tantissimi appezzamenti di terreni non più coltivati e difficoltà nel reperire manodopera per svolgere attività tradizionali come la raccolta delle olive che spesso rimangono sugli alberi sperperando una risorsa di cui l'agro di questa comunità è così ricco. Ci sono, poi, le scuole che chiudono per mancanza di alunni e attività commerciali che hanno sempre meno clienti a cui vendere le loro merci. A fronte di tutto ciò abbiamo tantissime famiglie di giovani immigrati dall'Est e dal Sud del mondo (badanti, braccianti, ma anche tanti laureati) che hanno solo voglia di lavorare, integrarsi e vivere in concordia con noi italiani a cui non vengono certo a togliere il lavoro ma solo a svolgere quelli più umili e che non vogliamo più fare. Non risolverebbe più di qualche problema (loro e nostro) favorirne ed incentivarne un programmato ed ordinato trasferimento in piccole comunità come questa? Decine di famiglie di immigrati in regola che vivessero nelle case ora abbandonate, che coltivassero i fondi incolti, che iscrivessero i loro figli alla scuola, che spendessero nell'economia locale, non potrebbero mutare il destino di comunità come questa destinata altrimenti ad un sicuro declino? Chi di dovere dovrebbe forse fare un pensierino su questa che potrebbe apparire una provocazione o una boutade e che, invece, potrebbe rivelarsi essere una straordinaria opportunità. Forse l'unica per i prossimi decenni, in sintonia con una società destinata ad essere sempre più multietnica, anche qui al Sud.” Piaccia o non piaccia, aggiungiamo. Tale proposta, qualche giorno prima della pubblicazione del pezzo, l'avevamo illustrata al Sindaco di quel piccolo comune il quale concordò sulla sua validità. “Ma come vado a spiegarlo ai cittadini?” ci disse, “Ci sarebbe una rivolta”. Battute che pongono il tema dell'inscindibile binomio cultura-politica che è alla base di ogni politica seria e che invece è in colpevole disuso da troppo tempo. E' evidente che senza un plafond culturale adeguato i preconcetti, le paure possono costituire delle micidiali palle al piede di una qualsiasi “visionaria” politica di sviluppo. Ci vorrebbe un pò di coraggio, magari ricordandosi che “dirigere” significa guidare una popolazione, non galleggiare sui suoi umori consolidati. Cari Sindaci, allora, perché non avviare il censimento delle case vuote e dei fondi incolti, spesso abbandonati da persone che vivono in altri continenti e che mai torneranno ad occuparsene? Perché non provare ad acquisirne la disponibilità, con il loro consenso e magari in comodato? Perché non farne oggetto di un serio piano di assegnazione (magari insieme alle Prefetture e alle associazioni degli immigrati) in lotti funzionali a garantire una vita dignitosa a nuclei famigliari di giovani immigrati. Gente che anela ad una vita dignitosa e che non ha certo problemi a svolgere quei lavori che noi non abbiamo più voglia di fare, nemmeno se disoccupati cronici. Perché non provare a dare corpo concretamente in questa piccola terra allo slogan: “l'immigrazione non un problema, ma un'opportunità”? Chissà che un giorno D'Agostino non possa rilevare che sono stati proprio gli immigrati a salvarci.
Donnie, Einstein e il cunicolo del lombrico
di Pierluigi Argoneto
28 giorni, 6 ore, 48 minuti e 12 secondi. Questo è il tempo che rimane a Donnie Darko, protagonista dell'omonimo film uscito nel 2001, prima della fine del mondo. Già, ma di quale mondo? Uno strano essere, un coniglio alto un metro e ottanta, riesce all'inizio del film, ad impedirgli di morire schiacciato da un motore di aereo precipitato sulla sua camera da letto, dando così inizio ad una serie di avvenimenti interpretabili sia alla luce della sua presunta schizofrenia che di qualche strano fenomeno fisico. Parlandone con un suo professore, Donnie riesce a intuire che questa sua particolare situazione potrebbe essere spiegata dalla presenza di un wormhole, letteralmente un cunicolo di lombrico, cioè un tunnel spazio-temporale. Ma nella realtà sono possibili questi collegamenti tra due diversi universi? Magari paralleli? È possibile tornare indietro o andare avanti nel tempo? La fisica contemporanea non esclude la possibilità teorica di farlo. Infatti, in base alla teoria della relatività di Einstein, il tempo non è più una entità indipendente da tutto il resto, ma è strettamente collegato alla velocità con cui ci si muove. Per semplificare potremmo dire che il tempo rallenta quanto più velocemente ci muoviamo. Se ci mettiamo a correre mentre osserviamo l'orologio, le nostre lancette, anche se impercettibilmente, rallentano rispetto a chi compie la stessa operazione stando fermo. Naturalmente, il rallentamento del tempo è pressoché nullo quando si tratta di corpi che si muovono a basse velocità (come noi che corriamo). Se si tratta, invece, di velocità prossime a quella della luce (circa 300.000 km/sec), allora la differenza è rilevabile. Addirittura, per tali valori di velocità, il tempo subirebbe un rallentamento infinito, e cioè si fermerebbe. Cosa accadrebbe allora se una persona viaggiasse più veloce della luce per coprire un determinato spazio? Sarebbe forse in grado di invertire lo scorrere degli eventi e ritornare indietro nel tempo? Sempre in base alla teoria della relatività, questa cosa è impossibile per un problema pratico molto semplice: accelerare un corpo fino ad oltre 300.000 km/sec richiederebbe una quantità infinita di energia! Siamo quindi di fronte ad una difficoltà: è un po' come trovarsi alla base di una montagna a chiedersi se sia possibile, per arrivare dall'altro lato, salire sulla cima e ridiscendere ad una velocità superiore a quella della luce. Questo non sarebbe però un grosso problema se ci fosse una galleria attraverso la roccia! In questo caso potremmo pensare di arrivare a destinazione in un tempo minore a quello richiesto dalla luce. Analogamente, possiamo immaginare di creare (o di scoprire) un tunnel spazio-temporale che ci permetta di viaggiare indietro nel tempo? Questi tunnel che collegano tra loro differenti regioni dello spazio-tempo non sono un'invenzione degli scrittori di fantascienza, ma hanno un'origine scientifica: Einstein e Rosen li ipotizzarono per la prima volta nel 1935. Questi oggetti avevano però due difetti: erano previsti solo a scale microscopiche (dimensioni quantistiche) ed erano troppo instabili: non rimanevano cioè mai aperti abbastanza a lungo perché un qualsiasi elemento potesse attraversarli. Un altro tentativo di risoluzione teorica del problema sfrutta, invece, la teoria dei molti universi, proposta dal fisico americano Hugh Everett nel 1957. Egli, sviluppando una particolare interpretazione della meccanica quantistica, ha ipotizzato che il nostro universo non sia che uno degli innumerevoli universi paralleli esistenti. Ognuno di essi è soggetto a continue biforcazioni, cosicché esiste un universo in cui Hitler ha perso la guerra e un altro in cui l'ha vinta; un universo in cui Kennedy è morto e un altro in cui, invece, continua a vivere. E tali universi sono fra loro connessi attraverso dei wormholes, per l'appunto. Fino a oggi, però, nulla di tutto questo è stato sperimentalmente verificato. Sembra quindi che, almeno per il momento, dobbiamo accontentarci di fare questi viaggi nel tempo solo con la fantasia. In questo modo non ci verrà difficile comprendere come Donnie Darko riesca a far richiudere su se stesse, come un serpente che si mangia la coda, le varie concatenazioni di causa-effetto che lo portano, alla fine della sceneggiatura, a trovarsi nuovamente nel suo letto così come si vede nelle prime scene del film. Sotto lo sguardo di un grande poster, appeso alla parete della sua camera, che ritrae una delle più famose litografie di M.C. Escher: l'occhio.





